Nastia Korkia, regista russa agli esordi, vince il Leone del futuro – Premio “Luigi De Laurentiis” per il film Short Summer, migliore opera prima alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia (sezione Giornate degli Autori). Il lungometraggio segue l’estate di Katya, una bambina di otto anni, giunta nella campagna russa con i nonni: la spensieratezza del gioco, tipica dell’infanzia, si mescola con la sospensione temporale che contraddistingue il periodo estivo; tuttavia, sullo sfondo aleggia la seconda guerra cecena del 2004.
La regista sceglie di svincolarsi da una ferrea struttura narrativa e di far convivere nell’immagine l’esperienza del singolo e i traumi di una guerra ancora presente; infatti, attraverso l’uso di inquadrature spesso fisse è descritta la transitorietà di un’estate che contiene in sé i segni di un’età ancora innocente costretta a fare i conti con il peso di una guerra che si insinua nella quotidianità . La potenza evocativa del film risiede nel far convivere questi due mondi: mentre dei bambini giocano a palla in primo piano, sullo sfondo sfilano sui binari una serie di carri armati; o ancora, attraverso l’accensione fortuita della radio si viene a conoscenza di improvvisi attacchi terroristici nelle vicinanze.

L’uso così libero del mezzo permette allo spettatore di lasciarsi «pungere» (Barthes 1980, p. 49) da ciò che più lo colpisce e immergersi nell’insistenza delle azioni quotidiane: cercare di far dissolvere delle bolle di sapone, gustare un succoso pomodoro, spegnere e riaccendere con la forza di un dito del piede l’interruttore della luce posto in macchina, o ancora, avvertire con la lingua quella sensazione di vuoto la prima volta che cade un dente da latte. È attraverso queste immagini che il film riesce ad elevarsi a sinestesia tattile: la rappresentazione visiva delle tipiche sensazioni provate nell’infanzia si fanno aptiche, sensoriali, avviando una riflessione sulla loro universalità .
Inoltre, la cineasta sceglie, di lasciare libera la capacità immaginativa dello spettatore grazie a un sapiente uso del campo e del fuoricampo. Ciò emerge nei momenti di densità narrativa, quando la telecamera mostra ciò che sta intorno o dietro al fatto stesso e quest’ultimo viene solo evocato attraverso la componente sonora. Ma non solo; il linguaggio cinematografico riflette spesso il significato della narrazione: ad esempio, nel momento in cui l’anziana coppia, ormai alla deriva coniugale, tenta di avere un dialogo allo stesso tavolo, la telecamera riprende i due attraverso un montaggio alternato, ingiustificato sul piano narrativo, ma che rivela finemente l’incomunicabilità della coppia e l’assenza di una possibile riconciliazione.
Il finale, poetico e circolare, rende manifesta la presenza di Katya attraverso il riflesso di un vetro, oggetto inseparabile della bimba, che le permette di vedere il mondo da altre prospettive e che si configura, in ultima istanza, come unica traccia superstite della presenza umana.
Riferimenti bibliografici:
- R. Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 2003




