Le Sale Cambellotti di Castel Sant’Angelo riaprono al pubblico con un allestimento che mette in tensione due universi apparentemente distanti: le stoffe anatoliche, con la loro geometria arcaica e la densità cromatica propria della tradizione tessile ottomana, e le visioni simboliste di Duilio Cambellotti, artista romano tra i più originali del primo Novecento.
Cambellotti è figura difficile da incasellare. Illustratore, scenografo, ceramista, decoratore: il suo lavoro attraversa discipline e registri con una coerenza poetica che ha poco a che fare con le categorie del mercato. Le sale a lui dedicate all’interno del museo romano custodiscono una selezione significativa della sua produzione, e la riapertura rappresenta l’occasione per restituire a questo spazio la centralità che merita nel percorso del museo.
L’accostamento con i tessuti anatolici non è decorativo. Le stoffe orientali portano con sé un sistema simbolico stratificato, fatto di motivi apotropaici, richiami cosmologici e una padronanza del colore che agisce per saturazione e contrasto. Cambellotti lavorava su coordinate simili: il segno come protezione, la figura come evocazione, l’ornamento come pensiero.
Il dialogo tra i due mondi si sviluppa negli ambienti affrescati del castello, dove la stratificazione storica degli spazi diventa parte attiva della lettura. Castel Sant’Angelo, museo statale di Roma, offre un contesto architettonico che raramente si limita a fare da sfondo.
Una riapertura che vale la visita non per ragioni celebrative, ma per la qualità del confronto proposto e per la possibilità di vedere Cambellotti finalmente in una luce adeguata alla complessità del suo lavoro.



