C’è una tela che i visitatori del Museo del Novecento conoscono da sempre senza davvero conoscerla. Homme assis, dipinta da Pablo Picasso nel 1967, appartiene alla serie dei Moschettieri: figure corpose e teatrali, cappello e spada, in cui l’artista ottantenne proiettava se stesso attraverso i fantasmi di Rembrandt e Velázquez. La critica ha letto queste opere come autobiography travestita. Il focus curato da Roberto Pini, aperto al piano terra del Museo del Novecento fino al 27 settembre, le restituisce anche un’altra natura: quella di documento politico.

Pablo Picasso, Homme assis (Le Fumeur) 1967. Pittura ad olio su tela. Acquisizione 1972. © Succession Picasso. Ph. Studio Marco Bertoli.

L’opera Homme assis di Pablo Picasso

Prima di posarsi a Milano, il dipinto aveva percorso mezzo mondo. Picasso lo inviò al Salón de Mayo dell’Avana come atto di solidarietà con la rivoluzione cubana, dopo averlo esposto al Salon de Mai di Parigi. Nel 1972 l’opera giunse in Sala delle Cariatidi per la mostra Amnistia. Que trata de España, promossa da Cgil, Cisl e Uil a sostegno dei prigionieri politici del franchismo, accanto a lavori di Miró, Calder, Tàpies, Guttuso e Carlo Levi. Al termine, il sindaco Aldo Aniasi decise di acquistarla per le collezioni civiche: fu l’unica opera comprata, e quel gesto disse qualcosa di preciso sulla Milano di quegli anni, città che intendeva la cultura come presa di posizione.

La mostra ricostruisce questa traiettoria con rigore e sobrietà: fotografie d’epoca, documenti d’archivio, nessun apparato ridondante. Vale la pena fermarsi davanti alla tela e guardarla questa volta sapendo da dove viene.

Trending