C’è qualcuno in giro che ancora non sa chi sia Vivian Maier? La nostra generazione e quelle future hanno un grande privilegio rispetto alle precedenti. Se si parla di arte, e di fotografia in particolare, possiamo vantarci di aver conosciuto le sue opere. Si perché a quelli che c’erano prima di noi, la sua opera era totalmente sconosciuta: sepolta sotto carte, ricevute, avvisi bonari, -ricordi-, lettere d’ ingiunzione. Oggetti disparati. Polvere. Ignota. Occlusa: entro scatoloni legati con scotch da pacchi: non poteva uscire. Sembrava questo il suo destino: giungere al macero senza che prima nessuno l’ avesse degnata di uno sguardo, di un istante di vera attenzione. Mai. In modo del tutto inaspettato però, un giorno, per questa fotografa così goffa nei movimenti, austera nell’ aspetto, ma così viva e pulsante nell’ osservazione, la storia ha deciso di renderle una giusta ricompensa, matchandosi col destino aprendo quegli scatoloni da trasloco.

Lo sguardo sensibile e profondo di Vivian, la sua rapace attenzione verso ogni frame della realtà, sono giunti fino a noi. In un attimo. Come quando un fiume in piena rompe gli argini. E senza clamori: come lei infondo. Come i suoi scatti. Già questo basta ad infiammare l’animo delle persone più sensibili.

Gli fosse stato chiesto mentre era in vita, se avesse desiderato che in questo modo un giorno la conoscenza della sua opera artistica venisse allo scoperto, ella probabilmente avrebbe risposto di sì. Ma senza vernissage, si sarebbe raccomandata… Senza tante cerimonie. E così, il destino ha restituito a Vivian, ciò che essa, in silenzio, ha prodotto nei decenni, consumando suole di calzature. Ed era sicuramente così che lei avrebbe voluto, se a quei tempi, con un oracolo, avesse potuto sapere e scegliere.

Ciò che rende speciali le immagini di Vivian Maier, potrebbe apparire quasi insignificante agli sguardi frettolosi. In realtà Vivian con le sue fotografie ha raggiunto delle vette artistiche che molti altri fotografi, blasonati e allestiti regolarmente nei più prestigiosi musei, non vedono neppure stando seduti al campo base. Sembra esserci un “prima” e un “dopo” artistico, rispetto a Vivian Maier.

Le sue opere ritraggono persone, in maggior parte. I loro particolari e quelli delle loro vite, della loro quotidianità. La middle class Usa con i loro quartieri eleganti, i sobborghi e infine, le periferie. Le figure colte dalla fotografa paiono quasi sempre inserite in un contesto che le comprende, inteso come contesto che le ospita: ma non che le integra. Vengono ritratte in momenti piuttosto anonimi, in situazioni quasi sempre banali, in luoghi brulicanti di movimento o fermi come congelati. Vivono in grandi città, che procedono convulse come ingorghi di traffico, anche senza di esse. Occupano una posizione spesso di spettatori: di una realtà amica o nemica? Lei non lo chiarisce. Vitale o mortale? Anche questo, lei non lo chiarisce. Anzi, pare proprio che lei li voglia tenere sospesi in perfetto equilibrio su due piatti della stessa bilancia. Spesso li presenta frammentati: interrotti, nel cammino della loro vita. Per esempio, fermi di fronte ad un semaforo. Oppure mentre avanzano lungo un marciapiede, a pochi passi da un angolo, che svolterà il loro cammino per sempre nell’ombra, dietro il palazzo. Davanti alle vetrine del consumismo: svanenti tra i riflessi. Specchiati, sdoppiati, triplicati, infinite volte. Spezzati. Frantumati, da una realtà moderna che sembra esaminarli, catalogarli, vivisezionarli.
Non solo visi, non solo figure intere quindi, anche mani, piedi, oggetti: tutto viene esaminato, raccolto, conservato. Tutto racconta di una modernità che analizza, suddivide, cataloga e colloca.

Era assai sincera di fronte alla lente, Vivian Maier. Per capirla davvero, è bene richiamare l’indole personale della fotografa, il suo carattere.

La Vivian descritta da chi l’ha conosciuta è una giovane donna, e poi donna di mezza età, alquanto schiva con i suoi coevi. Riservata. Sbrigativa. A volte urticante di sarcasmo, tuttavia amabile. Franca. Di poche parole e di alcun complimento superfluo. Intelligente più della media, acuta osservatrice. Per il ruolo che aveva, a volte era davvero scrupolosa su alcune regole, ma tuttavia sempre estremamente tenera con i bambini, di cui era la tata preferita.
Amava i bimbi che le erano affidati: si dedicava loro generosamente. Li amava molto. Li amava tantissimo, di una tenerezza quasi spirituale.

L’ altra caratteristica utile a conoscere nell’ intimo Vivian, era la sua  abitudine di “conservare”. Conservava tante cose: sembrava davvero conservasse di tutto. Ma fra tante cose che ella decideva di archiviare, stupiva che fra queste ve n’ erano molte di scarsa, se non di bizzarra, importanza.
Scontrini della spesa. Annotazioni. Volantini pubblicitari. Conti. Ricevute scadute. Cartoline. Corrispondenza. Biglietti vari. Foto…
Già, le foto. Foto insieme a tantissimi altri frammenti di vita e di quotidianità che attiravano la sua attenzione e che ella riteneva doveroso non buttare. Cocci di quotidianità. Osservati, analizzati e repertati. Secondo un suo personalissimo giudizio.

Ed è così, credo, si possa spiegare la fotografia, non su committenza dunque libera, intima, personale, di Vivian Maier.

Le immagini di Vivian sono moltissimo documento. E moltissimo arte. Arte che coglie. Arte che scruta. Arte che analizza. Arte che dice. Arte che annuncia. Arte che racconta. Arte che ricorda. Arte che spiega, anche la realtà di oggi. Arte non semplicemente bella da vedere come tanta altra…
Arte che commuove.

Chi ha già visto una mostra a lei dedicata o quelli che andranno a vederne una, si accorgeranno, riflettendo su ciò che hanno visto dopo essere usciti dall’esposizione, di quanta attenzione ella riservasse all’essere umano, ma di più: all’ umanità delle persone.
È meticolosa nell’ approvvigionarsene.

Rapida nel tempo di posa. Fugace nella scelta del soggetto. Fulminea nella composizione: in un dialogo sempre acceso, ritmico, fra persone e contesto: fra soggetto immortalato e ambiente circostante. Fra momento e accaduto. Ma non per riferire di un integrazione fra uomo e ambiente, ma per evidenziare sembra, due esistenze indipendenti, che non per loro scelta, convivono. Sincopati.

Il pozzetto della sua Rollei, tenuta poco sopra  l’ addome, ne favoriva molto la poetica. Essa ci guardava dentro l’obiettivo abbassando la testa. Il soggetto di fronte a lei quindi la notava in questa curiosa postura dimessa, quasi rassegnata, e non si sentiva affatto a disagio di fronte ad un obiettivo che, seppur orientato verso di lui, in quella situazione appariva insignificante: come il braccio teso di un mendicante. Altre volte invece, il soggetto poggiava incuriosito ed esitante il suo stesso sguardo verso la macchina, scrutando una misteriosa attesa, ignaro di fissarne l’obiettivo mentre ella, proprio in quel momento, lo scattava.

La posizione a mezza altezza tipica di quelle fotografie ritraeva i suoi protagonisti quasi sempre dal basso verso l’alto: come quando si sta di fronte a un’ entità gloriosa: un monumento. Forse per Vivian era proprio questo il primo presupposto per esprimere fedelmente con le immagini, l’amore che ella provava per l’ umanità dell’ essere umano. Un monumento. Per lei l’essere umano veniva immortalato così com’era, anche quando angosciamente sofferente, con misticismo e sacralità.
Amava così tanto, che spesso non aveva neppure il bisogno di ritrarre una figura intera.
Sovente le bastavano anche solo parti di un corpo. Un braccio. Una gamba. Due coppie di piedi. Una mano fra i capelli… Nulla che sia apparentemente così degno di essere impresso in una pellicola. Spesso fra i suoi scatti ad essere ritratte erano persone disabili, oppure dei senza tetto: celebrazione dell’ inclusività, quando questo ancora non era tema di pubblica condivisione. Altre volte erano i bimbi che accudiva, ad essere fotografati. Quasi mai in posa. Non di rado, colti in momenti non ideali.
Solo una persona che amava intimamente l’ umanità delle persone, e ne voleva cogliere i momenti più sublimi, poteva spingersi a scattare simili immagini. E a voler conservare tali documenti!

Infine, a Vivian per evocare questa poesia attraverso la realtà non era più necessario neppure ritrarre le persone, né le loro singole parti.  Le bastavano gli oggetti di uso comune, gli effetti personali di tutti i giorni.
Si concentró in una poetica documentaria degli oggetti. Nella sua fotografia gli oggetti giunsero ad essere rappresentati quasi sullo stesso piano delle persone. O forse le persone, ritrovatesi sullo stesso piano dei loro beni di consumo? Con la sua Rollei scattava questi e quelli. Oppure talvolta solo quelli. Conoscendo oggi la realtà in cui viviamo:  non era profondamente anticipatrice?

A noi restano le opere. Vere e commoventi. Che si guardano per la loro struggente bellezza. Se poi ci ricordiamo, che nell’indifferenza generale erano state realizzate, e per caso furono ritrovate. Che in segreto lei coglieva i frame più intimi e veri degli sconosciuti, di soggetti improvvisamente protagonisti, così come ella inconsapevolmente ed in silenzio, in un attimo, è divenuta protagonista dell’ arte fotografica. Con stupore e riconoscenza ora, noi applaudiamo alla storia, increduli del suo felice appuntamento col destino.

Vivian Maier, a Padova, presso il Centro Culturale Altinate – San Gaetano, 
fino al 28 settembre 2025.

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