Il 25 maggio 2026, settantanovesimo anniversario del primo successo in gara della Ferrari 125 S sul circuito delle Terme di Caracalla, Maranello ha presentato a Roma la sua creatura più controversa di sempre: la Ferrari Luce, prima automobile completamente elettrica nella storia del marchio. La vettura monta una piattaforma inedita, un abitacolo a cinque posti e quattro motori elettrici, con una potenza complessiva dichiarata fino a 1.050 CV. La Luce è un modello di gamma, con ordini già aperti al momento della presentazione ufficiale e un prezzo di listino che parte da 550.000 euro.

Ferrari Luce e la collaborazione con LoveForm
I numeri tecnici sono di tutto rispetto. La batteria da 122 kWh garantisce 530 km di autonomia dichiarata, lo 0-100 km/h viene coperto in 2,5 secondi e la velocità massima supera i 310 km/h. Il design nasce dalla collaborazione tra il Centro Stile Ferrari e LoveFrom, la società fondata da Jony Ive: linee essenziali, superfici pulite, un coefficiente aerodinamico di 0,254 ottenuto senza aerodinamica attiva. Il risultato è un’automobile che appartiene a un universo visivo lontanissimo da quello che ha reso Ferrari un simbolo riconoscibile in tutto il mondo.
I mercati hanno risposto con prontezza: il titolo in borsa ha ceduto oltre il 6% all’indomani della presentazione. Gli analisti di Mediobanca stimano che la Luce occuperà circa l’1% dei volumi totali del marchio. I vertici la definiscono l’inizio di una nuova era. Il mercato, per ora, la tratta come una parentesi.
Montezemolo: «Se dovessi dire quello che penso, farei del male alla Ferrari.»
A margine dell’assemblea di Confindustria, i cronisti hanno trovato Luca Cordero di Montezemolo, presidente Ferrari per quasi un quarto di secolo. Il giudizio è arrivato immediato e senza attenuazioni.
«Se dovessi dire quello che penso, farei del male alla Ferrari. Si rischia la distruzione di un mito e mi dispiace moltissimo. Spero si tolga il Cavallino da quella macchina.» E poi, con la battuta destinata a restare: «La Cina? Mi lasci dire che è sicuramente una macchina che i cinesi non ci copieranno.»
Montezemolo è l’uomo della Enzo, della F430, della 458 Italia. Conosce il peso di quel Cavallino meglio di chiunque altro, e vedere il simbolo apposto su una berlina silenziosa a cinque posti gli produce un’indignazione che a stento trattiene. Il presidente John Elkann ha invece rivendicato la scelta con decisione, dichiarando che la Luce «richiedeva una nuova prospettiva creativa» e che LoveFrom ha portato «un nuovo linguaggio di design definito dalla purezza». Due visioni inconciliabili di cosa Ferrari debba essere.

Ferrari, quando la bellezza aveva un suono
C’è un suono che chi ha vissuto gli anni d’oro di Maranello porta con sé. Il V12 della Ferrari 250 GTO che prende vita, o l’urlo di un motore boxer su una Dino 246 GT in curva. Suoni che sintetizzavano una filosofia precisa: l’automobile come esperienza sensoriale, prima ancora che come oggetto.
La 250 GTO, costruita tra il 1962 e il 1964 in appena trentasei esemplari, rimane il punto di riferimento assoluto di chiunque ragioni di design automobilistico con serietà . Ogni curva della carrozzeria sembrava tracciata dal vento. La GTO comunicava tutto di sé in un colpo d’occhio, con quella chiarezza formale che appartiene soltanto alle opere riuscite davvero.

La F40 del 1987 aveva portato la stessa coerenza in chiave più radicale. Due sedili in fibra di carbonio grezza, un V8 biturbo da quasi 500 CV, portiere aperte da una cordicella di plastica. Ogni scelta progettuale dichiarava le proprie priorità senza riserve. Era la risposta più onesta che un costruttore potesse dare alla domanda fondamentale: chi siamo?
Ferrari, in quegli anni, sapeva rispondere con precisione. La Luce riapre quella domanda, e la risposta che offre appartiene a un altro mondo.
Il precedente Jaguar: quando il rebranding diventa sparizione
Ferrari non è la prima casa storica a trovarsi su questo crinale. Il caso Jaguar, ancora fresco, offre una lezione che vale la pena leggere con attenzione.

A fine 2024, il marchio britannico ha presentato una nuova identità visiva e la concept car Type 00, manifesto del nuovo corso interamente elettrico. L’obiettivo era rilanciare un brand con le vendite crollate da 180.000 unità nel 2018 a 67.000 nel 2022. La risposta del pubblico ha preso la forma di meme, ironia diffusa e scetticismo diffuso tra gli addetti ai lavori.
Il design è stato definito piatto, anonimo e intercambiabile con qualsiasi altro marchio. La concept stessa, ribattezzata “Typo” sui social, ha perso ogni elemento riconducibile alla storia di Jaguar. L’analista Karl Brauer ha fotografato la situazione con precisione: il nuovo Jaguar punta a posizionarsi come Rolls-Royce, con un linguaggio visivo che ha tagliato ogni ponte con il passato del marchio.

La E-Type, che Enzo Ferrari aveva definito «la più bella auto del mondo», appartiene oggi a un’altra storia rispetto a ciò che Coventry propone come suo successore. Un marchio costruito sulla tensione sportiva e sulla grazia della linea si è reso irriconoscibile nel tentativo di sembrare contemporaneo.
L’operazione ha messo l’automobile in secondo piano rispetto agli slogan di marketing, trasmettendo l’idea di un cambiamento in cui l’antica Jaguar non tornerà . Il risultato è stato l’alienazione dei clienti storici senza la conquista di quelli nuovi: la trappola classica di chi rinuncia alla propria identità credendo di guadagnarne un’altra.
Ferrari, con la Luce, si affaccia sullo stesso precipizio. Montezemolo lo ha detto senza mezze misure. Resta da capire se, a Maranello, qualcuno stia ascoltando




