Al Museo Rietberg di Zurigo, la mostra Quasi un paradiso affronta uno dei nodi più irrisolti della storia dell’arte occidentale: il modo in cui lo sguardo coloniale ha costruito, distorto e cristallizzato l’immagine dell’altro. Il titolo stesso porta con sé un’ironia precisa, quella sospensione tra l’ideale esotico proiettato dai colonizzatori e la realtà dei territori e delle persone che quegli sguardi hanno attraversato senza mai davvero vedere.
La mostra riunisce opere di artisti contemporanei che lavorano sul corpo, sulla memoria e sulla rappresentazione, smontando dall’interno i codici visivi ereditati da secoli di pittura etnografica, fotografia coloniale e immaginario da esposizione universale. Non si tratta di una critica accademica tradotta in didascalie, ma di una risposta visiva diretta: opere che abitano lo stesso spazio dei materiali storici e li interrogano con la forza del linguaggio contemporaneo.
Il Museo Rietberg, istituzione zurighese dedicata alle arti extraeuropee, offre a questa operazione una cornice che ne amplifica il senso. Esporre una riflessione critica sul colonialismo visivo proprio in un museo che custodisce oggetti e immagini raccolti durante quell’epoca è una scelta curatoriale consapevole, che trasforma il contenitore stesso in parte del discorso.
Quasi un paradiso si inserisce in un filone di mostre europee che negli ultimi anni hanno scelto di affrontare il passato coloniale non con la distanza della storia, ma con l’urgenza del presente. Un percorso espositivo che chiede allo spettatore di rivedere cosa ha imparato a considerare bello, esotico, autentico.




